Politica,morale e mafia

Autore: loriscosta
Data di pubblicazione: 22 December 2008
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“Cesare” si veste da “Catone il Censore”, che da sempre predica bene e razzola male.

Il «numero due» della mafia siciliana, Antonino Giuffrè, pentito, nel 2002 rivelò che era stato concluso un patto tra Cosa nostra e Forza Italia, nel 1993, quando Berlusconi decise di creare il suo partito sulle spoglie della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, che fino ad allora erano stati i «referenti politici» dell’organizzazione mafiosa.
Torniamo,quindi, alle origini per ricordare, nel caso si fosse dimenticato, e renderci ben conto, nel caso non fosse ancora chiarissimo, da quale “statura” (si fa per dire) si sta facendo la “morale”.
Questo non significa, è giusto sottolineare, voler attaccare qualcuno per giustificare qualcun altro; è un modo per conservare la capacità critica di fronte alla realtà dei fatti (politici e non solo), ed essere consci di come talune specifiche logiche di azione vengano ripercorse e perseguite nel tempo, forse puntando sulla speranza di una breve memoria umana.
Una buona arma di discernimento sarebbe imparare finalmente a distinguere fra i due ambiti, che certo si influenzano a vicenda, ma che devono restare separati e non essere confusi come, invece, è già accaduto e sta riaccadendo: la politica e la morale, ovvero le questioni pubbliche, che riguardano tutti, e le scelte etiche puramente individuali.
Bisogna imparare a discutere razionalmente e laicamente di politica, e smetterla di spacciare per corruzione morale ciò che è corruzione politica, i cui effetti si riversano sull’intera comunità che ne paga puntualmente le conseguenze ogni qual volta occorrono e ricorrono.
E’ nella politica, pertanto, e non nell’etica, o morale che dir si voglia, che vanno cercate cause, spiegazioni ed eventuali soluzioni.
L’originale dell’articolo che segue tradotto in italiano fu pubblicato nel 2002 da radiofrance Internationale.
Mi viene ora però un dubbio …. Sarà caduto in prescrizione …?

Gennaio 1993. Appena qualche mese dopo gli eclatanti assassinii dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, «colpevoli» agli occhi di Cosa nostra di aver fatto condannare all’ergastolo quasi tutti i capi della mafia siciliana, il «numero uno» di Cosa nostra è stato a sua volta arrestato. Totò Riina e il suo sostituto Bernardo Provenzano (latitante da quasi trent’anni) capiscono allora che la loro organizzazione è più che mai minacciata di estinzione. Poiché i loro due «padrini politici» - la Democrazia Cristiana di Andreotti e il Partito Socialista di Craxi - sono molto indeboliti dall’operazione «mani pulite» dei giudici milanesi, e, più grave, incapaci di «rispettare i patti» conclusi con Cosa Nostra.

A causa di ciò, due leader democristiani vicini ad Andreotti e alla mafia vengono assassinati. Ma non basta: c’è bisogno di altri «referenti» e di altri «garanti», a Roma come a Milano o a Torino; ma anche di aprire un’altra «stagione», cambiando metodo: lasciar perdere la «strategia degli attentati» a tutto spiano contro lo Stato e i suoi rappresentanti a vantaggio di un ritorno alla «strategia del silenzio» o dell’omertà. Per continuare a controllare i traffici e i mercati più redditizi dell’isola mediterranea.
Nel contempo, alcuni democristiani e alcuni socialisti, letteralmente decimati dai giudici milanesi con le loro inchieste su casi di corruzione, pensano dal canto loro di creare un nuovo partito centrista, intorno al ricchissimo uomo d’affari Silvio Berlusconi, che ormai non può più contare né su Bettino Craxi (in esilio a Hammamet) né su Giulio Andreotti (inquisito a Palermo dai magistrati che indagano su Cosa nostra).

Une coincidenza molto inquietante

Tale coincidenza, piuttosto inquietante, non era sfuggita agli specialisti della mafia, ma costoro non disponevano dell’anello mancante della catena. E’ apparentemente cosa fatta dall’8 novembre scorso, allorché Antonino Giuffrè, il «numero due» di Cosa Nostra arrestato lo scorso aprile grazie a una denuncia anonima, vuota il sacco e racconta, con dovizia di dettagli, come Bernardo Provenzano abbia stabilito un nuovo «patto», questa volta con Forza Italia. Tramite una persona molto vicina a Berlusconi: Marcello Dell’Utri, un palermitano oggi senatore di Forza Italia, dopo essere stato il creatore e il presidente dell’impresa più redditizia di Berlusconi, Publitalia, che controlla più della metà della pubblicità televisiva italiana. Dell’Utri è attualmente inquisito, a Palermo, per «associazione mafiosa», e in tale processo i giudici avrebbero gradito interrogare anche Silvio Berlusconi, ma il capo del governo italiano si è rifiutato di rispondere alle loro domande – come gli è permesso dalla legge - il 26 novembre scorso.

Sempre secondo il pentito Giuffrè, Cosa nostra, prima di concludere un patto con Forza Italia, aveva considerato di creare un proprio partito: Sicilia libera, una sorta di Lega del Sud ricalcata sulla Lega Nord diretta da Umberto Bossi. Ma alla fine ha abbandonato questo progetto, per non dover essere obbligata a ingaggiare politici siciliani già «in odore di mafia» e dunque poco credibili, nel momento stesso in cui optava per il ritorno alla strategia del silenzio e dell’ «immersione negli affari», ed evitava ormai ogni attentato troppo clamoroso.

Per questo ha preferito stabilire tre canali differenti tra gli affiliati di Cosa nostra e Silvio Berlusconi per mettere a punto –ma anche far rispettare - un patto che deve essere onorato in dieci anni e incentrato su alcune questioni essenziali: revisione di tutti i grandi processi anti-mafia, abolizione della legge che confisca i bene dei mafiosi, considerevole ammorbidimento del regime penitenziario dei capi già in cella.

Dal canto loro, Provenzano e i suoi seguaci hanno preso l’impegno formale di far eleggere i candidati di Forza Italia, chiedendo ai propri uomini di evitare di mostrarsi al fianco dei candidati della coalizione di Berlusconi, per «non sporcarli» agli occhi della popolazione e non attirare la curiosità dei giudici nei loro riguardi. «D’ora in poi, siamo in buone mani», ha detto Provenzano agli altri membri della «cupola» di Cosa nostra.

Apparentemente le consegne di Provenzano sono state rispettate alla lettera, durante le ultime elezioni, nel maggio 1999: i 61 candidati presentati dalla coalizione di Berlusconi nelle liste proporzionali sono stati tutti eletti! Un risultato del 100% che nemmeno la Democrazia Cristiana era stata capace di ottenere in cinquant’anni di «collaborazione» con Cosa nostra.

Per contro, se si crede a certi capi, la coalizione al potere non ha rispettato la sua parte del contratto. Dall’anno scorso tre dei principali detenuti mafiosi - Riina, Bagarella e Aglieri – hanno manifestato a più riprese il loro malcontento. Secondo un documento ufficiale dei servizi segreti italiani reso pubblico questa estate, essi rinfacciano a Berlusconi di fare nuove leggi a suo vantaggio che «proteggono» soltanto i suoi principali collaboratori.«Iddu pensa solo a iddu!» («Quello pensa solo a se stesso!») hanno fatto sapere, secondo tale documento. Nella stessa occasione, questi capi hanno chiaramente lasciato intendere di poter fare delle rivelazioni compromettenti per Silvio Berlusconi.

Significa che le rivelazioni di Giuffrè, in occasione di un ennesimo processo riguardante persone vicine a Berlusconi, sono state «programmate» dalla stessa Cosa nostra, lo scorso aprile, quando ha apparentemente deciso di far arrestare il suo proprio «numero due», nell’intento di svecchiare i suoi quadri ed imporre più che mai la «legge dell’omertà»?

(Traduzione di Susanna Cotugno)

Questo intervento è stato inserito da loriscosta.


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