Perchè non mi convince l’appello del Manifesto di Massimo Mezzetti

Autore: robertalisi
Data di pubblicazione: 24 February 2009
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Ho letto con interesse ma, confesso, anche con un certo disappunto l’appello che “Il Manifesto” ha proposto sulle sue pagine sabato scorso. Intellettuali, studiosi, politici di varia estrazione, espressioni del mondo associativo e giornalisti che invitano a promuovere una lista unitaria per le elezioni Europee. Una lista in cui dovrebbero riconoscersi tutti i partiti e il popolo a sinistra del PD ma in cui i partiti – questo è il primo paradosso – dovrebbero annullare se stessi e tutti i loro esponenti per fare largo alle espressioni della cosiddetta società civile. A parte la presunzione, a mio avviso ancora tutta da dimostrare, di una sorta di superiorità morale della società civile sulla politica, ci sono diversi aspetti che non mi convincono. Il primo è rappresentato dai tempi di questo appello. Mi domando se i firmatari sono consapevoli che si vota tra soli tre mesi e che in quelli alle nostre spalle si è consumato un dibattito, a tratti lacerante, tra le forze politiche che oggi vengono chiamate all’appello e al loro stesso interno? In base a quale sano principio di realismo essi muovono la loro proposta? Quale potere taumaturgico dovrebbe risolvere d’incanto questa, triste quanto si vuole, realtà? A meno che non si pensi che per combattere le divisioni si debba ricorrere ad artificiose alchimie unitarie dettate da convenienze elettorali che sono l’esatto opposto dello spirito “puritano” di cui sembrano farsi portatori i firmatari dell’appello. C’è chi ha scritto che la scrivania è un posto pericoloso dal quale mettersi ad osservare il mondo. Questo vale per i politici ma anche per tanti studiosi ed intellettuali. Fra i tanti vituperati dirigenti politici che si vorrebbero emarginati per editto ci sono quelli che con il loro lavoro volontario sono da mesi impegnati a costruire sul loro territorio esperienze unitarie di associazioni e liste della sinistra per assicurare una rappresentanza alle nostre istanze, alle nostre rivendicazioni nei comuni, nelle provincie e nelle regioni di questo Paese. Un lavoro faticoso, spesso mal ripagato dalla mancata gratificazione delle lentezze e dalle incertezze ingegneristiche che altrove rallentano i processi politici che, nella maggior parte dei casi, nei territori sono più avanzati che nei “palazzi romani”. Mi scuso per il ricorso a questa sgradevole metafora ma la brutalità è giustificata dalla consapevolezza che noi abbiamo bisogno di un nome, un simbolo e, almeno, di un canovaccio di progetto politico che abbia una sua dignità di coesione e coerenza politica e culturale. Ne abbiamo bisogno qui, ora, subito. Ancora dieci giorni in questo oblio e rischiamo di compromettere la presenza e la visibilità di una sinistra che si riconosce in una idea riformatrice di matrice socialista, ambientalista ed anche della migliore tradizione comunista italiana con il solo, concreto risultato che essa sia alfine rappresentata da quella parte della sinistra che ha fatto delle sue nostalgiche insegne e dell’antagonismo politico e sociale fine a se stesso le sue icone inviolabili.
Abbiamo bisogno di un progetto politico che non sia la riproposizione di un accordo posticcio, traballante e non riconosciuto nel corso della campagna elettorale dai suoi stessi contraenti come è già stato in occasione della nefasta esperienza della Sinistra Arcobaleno. C’è arroganza e presunzione intellettuale nel ritenere che gli elettori siano così fessi da darci il voto solo perché gli diciamo che ci presentiamo tutti insieme. Per fare cosa? Per che cosa? Pensiamo davvero che il richiamo al solo antiberlusconismo e al rischio neoautoritario sia in grado di mobilitare consenso a favore di un cartello delle sinistre? Dobbiamo interrogarci semmai a cosa possiamo servire. Io credo che possiamo e dobbiamo servire per dare voce e rappresentanza politica matura a quanti oggi sono morsi nel vivo della loro carne dalla crisi economica senza precedenti che stiamo attraversando; a quanti credono che i principi di uno stato laico sono alla base di una civile e democratica convivenza tra culture e fedi diverse; a quanti sono convinti che i beni di questa terra sono irripetibili e che il nostro modello di sviluppo deve essere radicalmente ripensato superando le culture produttivistiche che tanta parte della storia della sinistra hanno anche condizionato; a quanti non si rassegnano all’idea che scuola, formazione, sanità debbano passare nelle mani dei privati perché possano guadagnare in efficienza ma si battono per l’universalità di questi che per noi sono diritti. Lo possiamo fare con un progetto di governo che solo una sinistra nuova, innovatrice e moderna che non si vergogna della sua identità può essere in grado di rappresentare. Gli elettori, ne sono convinto, ci premieranno se saremo in grado di far comprendere loro che questa è la nostra scommessa. Un scommessa di serietà e di rigore politico ed intellettuale. Il resto sono giochetti della politica…anche se edulcorati da prestigiose firme.

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