Due GRANDI BUGIE sul malfunzionamento della Giustizia

Autore: paraffo
Data di pubblicazione: 27 July 2008
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Con questo sesto post si conclude il Secondo Capitolo del libro di Giacalone sulla Malagiustizia e, soprattutto, si smascherano due Grandi Bugie propalate ad arte da chi non vuole riformare la giustizia:

PRIMA GRANDE BUGIA: alla magistratura mancano uomini e mezzi.
SECONDA GRANDE BUGIA: i ritardi dei processi sono dovuti all’ ostruzionismo degli imputati e dei difensori.

Tabelle di dati alla mano, Giacalone ci fa sapere che l’ Italia ha più personale e spende per la giustizia di più di tutti gli altri paesi simili al nostro e che i ritardi sono dovuti, principalmente, all’ imperizia degli uffici giudiziari e, spesso, dei PM in persona.

Come al solito, per questioni di spazio, non pubblico le tabelle e, stavolta, neppure le sintetizzo, perchè lo fa lo stesso autore. In ogni caso, come ormai sapete bene, le tabelle le potete trovare qui e potete leggervele per conto vostro.

In questa stessa puntata, in apertura, scoprite che il 57% della popolazione carceraria è costituito da gente che - secondo la nostra costituzione - è innocente, cioè o è in attesa della prima sentenza di condanna, oppure della condanna definitiva.

Questo è un dato che lascia indifferente i forcaioli (e, permettetemi, gli imbecilli che credono che incappare nelle maglie della giustizia, possa capitare come la morte o la malattia o gli incidenti, solo agli altri), ma che fa inorridire chiunque amerebbe vivere in uno stato di diritto, in una democrazia liberale, in un paese civile.

In un sistema che funziona la pena deve essere certa e deve essere scontata, ma deve anche essere umana. Molti istituti carcerari italiani rispondono ad una struttura e ad una logica che di umano non ha nulla. Ma qui m’interessa un aspetto diverso.

Chi si trova in carcere? I criminali, sarebbe lecito rispondere. E chi sono i criminali? Sono quei cittadini condannati per i reati commessi. Giusto, ma guardate, invece, chi (secondo i dati del ministero della Giustizia) c’è in carcere:

I condannati sono quelli la cui condanna è definitiva, gli unici ad essere stati riconosciuti colpevoli di qualche cosa.
Gli imputati sono quelli che hanno ancora un processo in corso e gli internati quelli sottoposti a misure di sicurezza.

Se fate i conti rabbrividite, se guardate il grafico qui sotto vi arrabbiate: Il 57% della popolazione carceraria è composta da cittadini che la Costituzione e la civiltà c’impongono di considerare dei presunti innocenti.

Di questi il 61% sono giudicabili, il che vuol dire che non sono mai stati condannati da nessuno e si trovano in custodia cautelare; gli appellanti sono i condannati in primo grado che attendono il giudizio di secondo; ed i ricorrenti sono quelli che aspettano la cassazione.

Tutti insieme sono degli innocenti, ma si trovano in carcere. Siccome non sono un ipocrita, e neanche un parroco
carcerario, so bene che in quel 57% c’è una presunta abbondanza di criminali, ma è proprio questo lo scandalo:
se ne stanno in galera senza che la giustizia riesca a discernere con sicurezza fra colpevoli ed innocenti.

Quel 57% è uno sconcio sia per i singoli che patiscono senza colpa, sia per la collettività che vede i criminali a rischio scarcerazione per decorrenza dei termini. Comunque la mettiate, questo è un frullato fra violazione dei più elementari diritti umani e resa della giustizia innanzi al crimine.

E se non siete ancora sufficientemente arrabbiati, vi ricordo che dell’indulto varato dal governo Prodi si è giovato solo il 39%, ovvero i condannati in via definitiva.

Quelli che sono usciti dal carcere grazie a quel provvedimento erano gli unici di cui si sapeva con giuridica certezza che erano colpevoli. Ma ci torneremo.

Attenzione ai tre tipi di dati su cui adesso ragioniamo. La fonte da cui li ho tratti è il Cepej (Commision Européenne pour l’Efficacité del la Justice), ovvero dati ufficialmente trasmessi da ciascun Paese del Consiglio d’Europa.

La prima tabella riguarda la spesa per la giustizia, in ciascun Paese, esclusi i costi del pubblico ministero, delle procure, e quelli dell’aiuto giudiziario, ovvero il gratuito patrocinio previsto per i meno abbienti. Nella prima colonna si trova il valore assoluto della spesa, nella seconda la spesa pro capite, cioè per ciascun abitante:

Il grafico serve a dare immediata visione della spesa pro capite, quindi di quel che si è letto nella seconda colonna:

L’Italia, quindi, spende più di tutti gli altri Paesi diretta-
mente paragonabili.

È da notarsi, e questo vale anche per i dati che seguiranno, che alcuni dei Paesi in elenco sono di più recente democrazia, quindi affrontano spese straordinarie per la strutturazione del loro sistema di giustizia, o sono
molto piccoli, quindi la necessità di disporre di un sistema che funzioni ne aumenta il peso della spesa pro capite.

Ma l’Italia resta il Paese che spende, in valore assoluto, più di tutti e che spende, pro capite, più dei Paesi di eguali e più grandi dimensioni (come la Francia).

Vediamo adesso una tabella eguale alla prima, ma questa volta riferita alla spesa statale per il solo pubblico ministero.

Nella prima colonna sempre la spesa assoluta e nella seconda quella pro capite:

Ed ecco il grafico relativo alla spesa pro capite:

Guardate come cambia la classifica quando si prende in considerazione la spesa pubblica per l’aiuto giudiziario, vale a dire la spesa diretta al cittadino che si trova ad avere a che fare con la macchina della giustizia e che non ha i mezzi per essere rappresentato o difendersi adeguatamente:

È bastato che la spesa statale non fosse diretta alla macchina degli addetti ai lavori e, improvvisamente, le virtù amministrative sono ricomparse. Significativo, non vi pare?

Un’ultima tabella, per avere il quadro completo della situazione. Quanta gente lavora nella nostra giustizia?

Limitiamoci agli avvocati ed ai giudici che si trovano in tribunale secondo i dati ufficialmente trasmessi e relativi al 2004:

Ciò significa, in estrema sintesi, che il nostro sistema di giustizia è costosissimo, ci lavora un esercito di persone e che tutti quelli che reclamano più soldi e più personale o non sanno quel che dicono o fingono di non saperlo.

Spesa enorme, elefantiasi strutturale ed umana, inefficienza ed intasamento. Ma guardando dentro la macchina della giustizia, guardando nei meccanismi che quotidianamente si riproducono nei tribunali,
quali cause ne continuano a bloccare la produttività?

II processo dura troppo, questo nessuno sano di mente si permette di contestarlo, ma perché?

È quel che si sono chiesti alla camera penale di Roma, dove, sotto la guida di Gian Domenico Caiazza e Francesco Petrelli, aiutati dalla Fondazione Tortora e coadiuvati dall’Eurispes, hanno condotto una singo-
lare ricerca.

Il metodo può non essere del tutto scientifico, ma ha una sua suggestione ed efficacia: per giorni un gruppo di avvocati s’è piazzato in tutte le aule del tribunale di Roma segnando in un modulo l’andamento delle udienze ed il loro esito. Come se si fosse in una fabbrica e si cercasse di capire dove il processo produttivo s’inceppa.

1632 processi in cinque giornate lavorative, un campione, certo, ma già una premessa metodologica mette il lettore in allarme: abbiamo, dicono, seguito le sedute dall’inizio alla fine e non solo in determinate fasce orarie, perché se ci fossimo limitati alle ore prima del pranzo il risultato sarebbe cambiato, dato che in quelle i rinvii si fanno più fitti.

E già l’idea che la giustizia rallenti per non mettere a rischio d’ipoglicemia i non denutriti magistrati, un po’ inquieta.

Vediamo il primo dato: quanto dura, in media, un’udienza? Da quando il giudice apre un fascicolo, presenti le
parti in un tribunale, a quando lo chiude, quanto tempo passa? Ecco le risposte:

a. per i procedimenti monocratici 12,51 minuti;
b. per i procedimenti collegiali: 32,00 minuti.

Con il che sappiamo che la lentezza complessiva non si deve al tempo passato nel discutere la causa.

E, mediamente, quando si rinvia, dopo quanto tempo si fissa l’udienza successiva?

a. per i procedimenti monocratici dopo 152 giorni;
b. per quelli collegiali dopo 134 giorni.

Ora è evidente che se ad un caso singolo si dedicano una ventina di minuti ogni cinque mesi è difficile sperare che si faccia in fretta.

Ma cosa succede nel corso delle udienze, come si concludono, di solito, cosa accade prima del rinvio ai cinque, sei mesi successivi?

La ricerca evidenzia che
nel 69,7% dei casi l’esito è il rinvio ad altra udienza,
nel 28,6% la sentenza,
nell’1,7% la restituzione degli atti al PM.

I rinvii rappresentano dunque l’esito della netta maggioranza delle udienze.

C’è, dunque, quasi sempre un errore formale commesso dallo stesso pubblico ministero. Il dato davvero clamoroso è il seguente: ben il 42,6% dei processi fissati per lo svolgimento dell’istruttoria dibattimentale viene rinviato senza lo svolgimento di alcuna attività, perchè l’atto, in verità assai banale, della citazione del testimone o è stato del tutto omesso, o è stato effettuato in modo errato ovvero, pur effettuato regolarmente, non è stato ottemperato dal destinatario.

Quanti, quindi, dicono che i processi sono troppo lunghi a causa dell’atteggiamento ostruzionistico dell’imputato e della sua difesa, quanti affermano che i tempi di prescrizione incivilmente lunghi non devono essere toccati perché altrimenti non si farebbe che incoraggiare quelle condotte, semplicemente non sanno quel che dicono.

La realtà quotidiana smentisce questo modo di descrivere e vedere le cose, i fatti, insomma, sono più duri della testa di chi continua a ripetere le stesse e sbagliate cose.

Questo intervento è stato inserito da paraffo.


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