Dibattito sulla leadership

Autore: loriscosta
Data di pubblicazione: 26 June 2008
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L’intervento di Arturo Parisi all’assemblea nazionale di sabato scorso e l’intervista di domenica hanno posto il problema. Quale leader per questo partito? Arturo lo dice esplicitamente, Veltroni non ha saputo cogliere i segnali che sono venuti dalle elezioni politiche e ha pericolosamente glissato sull’esito amministrativo romano e siciliano. Quindi si impone un cambio al vertice.

Stanno davvero così le cose? Il problema esiste, tanto è vero che numerosi commentatori hanno ripreso il tema sui quotidiani nazionali. In effetti ci sono segnali preoccupanti, non ultimo anche le scarse presenze all’appuntamento nazionale di Roma, dove gli eletti alle primarie erano pochini e il dibattito si è concentrato su tematiche che non tutti hanno colto nelle loro sfumature. Ma andiamo con ordine.

Le scarse presenze. Ora non è un mistero che dalle primarie dell’anno scorso molta acqua sotto i ponti è passata. Inoltre l’assemblea nazionale è un evento molto mediatico, dove chi prende la parola indirizza la discussione e se la relazione del leader ha un taglio di chiusura i delegati si trovano a fare le comparse senza poter cambiare il senso dell’appuntamento. In un partito che si fonda anche sulla discontinuità nell’approccio ai problemi, che dice di voler dicidere questa è una pesante limitazione. Come dire: qual è il ruolo del delegato, eletto tramite primarie? E questo ruolo è rispondente al mandato ricevuto il 14 ottobre 2007 oppure ha mutato il suo significato perdendo la forza innovatrice poichè imbrigliato da regolamenti e procedure ereditate dalle vecchie formazioni di provenienza? Insomma, se l’unico modo di partecipare è alla fine quello di fare la fila in un gruppo (che ormai in molti definiscono corrente) questo demotiva e fa perdere lo slancio iniziale, nessuno sente di avere un ruolo e la partecipazione viene meno. Fare i gregari ed essere dei numeri non piace a nessuno. Vorrei peraltro ricordare che nella fase terminale della DC i leaders misuravano il loro consenso con “l’applausometro”, si contavano i minuti di battimano per questo o quel capocorrente.

Il dibattito sulla leadeship assume così una dimensione propria, che oscilla tra la negazione del decisionismo di vertice e la necessità di misurare i risultati ottenuti. La sanzione elettorale è mancata, con tutti i limiti del momento, dalla crisi del Governo Prodi, all’offerta politica non chiara e spesso giocata con elementi d’immagine e di scarsa chiarezza informativa, quasi una frenesia alla ricorsa dell’evento informativo piuttosto che dell’elemento di conoscenza e approfondimento di una proposta. L’oscillazione del pendolo è così divenuta pericolosa su entrambi gli angoli di incidenza. Chi decide si deve assumere la responsabilità delle scelte che fa e deve saper rendere conto dei risultati. A questo si possono aggiungere poche ulteriori attenuanti, la giovinezza del Pd, il precipitare della crisi, la possibile emergenza democratica per il paese. Ma nessuna di queste ragioni fa giustizia di scelte che appaiono ora insufficienti e inadeguate. Come il dialogo, il principale imputato, la risultante di un clima diverso e infido in cui proliferano muffe e in cui si agitano le acque torbide di provvedimenti di parte, tesi a salvaguadargare affari personali; in cui si confondono sicurezza e legalità premiando comportamenti immorali, spaccando il paese tra chi vive l’incertezza del domani e chi può tranquillamente delinquere protetto da un’impunità diffusa e avallata da norme ad hoc. Non si può tacere che l’ecomafia, il falso in bilancio, le intercettazioni sono solo intralci per chi ha della sicurezza una concezione di evidenza pubblica, relegando in secondo piano i reati da “colletti bianchi” e militarizzando le città per dare un’aurea di certezza di intervento. Ma se non facciamo la battaglia politica facendo passare un messaggio di piena legalità verso tutto e tutti allora diventa arduo distinguere il dialogo dal tentativo neo-consociativo di chi agisce sull’onda del consenso senza dare prospettive di alternativa sociale e politica.

Dire che bisogna cambiare segretario perché Veltroni ha perso le elezioni sarà pure cosa coerente, coerentissima, con quanto capita generalmente in Europa, ma è anche cosa a dir poco astratta, anche perché a Prodi, all’ Ulivo e all’ Unione, qualunque cosa si pensi in materia, sembrerebbe alquanto difficile tornare. Dire che nel Pd è aperto un problema di leadership, nel senso che Veltroni deve tuttora guadagnarsela, se ne è capace, perché né le primarie né il trentatré per cento delle elezioni bastano a conferirgliela pienamente, è invece cosa molto, ma molto concreta. Lo spaesamento, se non gli si trova rimedio, può fare danni irreparabili. E comunque molto più seri delle Fondazioni e delle manovre di un palazzo che non c’ è quasi più.

Paolo Franchi (24 giugno 2008) - Corriere della Sera

Soprattutto sembra che il malessere del Pd sia dovuto al brusco cambiamento della strategia berlusconiana. Se la salute del Pd dipende dalle mosse del suo avversario, sono veramente alla frutta.

Emanuele Macaluso (25 giugno) - La Stampa

Ha solo bisogno di fare opposizione puntuale, anche dura, sui temi non condivisi e di convergere su quelli condivisi.

Angelo Panebianco (25 giugno 2008) - Corriere della Sera

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